Cura pastorale: la piccola via della verità e della misericordia


La piccola via della verità e della misericordia

Don Jack Geudens, Smakt, 27 settembre 2026.

Come sacerdote svolgo il mio servizio quotidiano nelle parrocchie nei dintorni di Venray, custodendo un posto del tutto speciale nel mio cuore per la cura della Cappella di San Giuseppe nel nostro caro luogo di pellegrinaggio a Smakt. Nel mio lavoro quotidiano la vicinanza è centrale: che si tratti della lotta contro la solitudine tra gli anziani, della presenza sacerdotale durante i pomeriggi di preghiera, o della mia partecipazione al mistero dell’inizio della vita e del dolore umano. Tutti questi aspetti della cura d’anime convergono infine in un unico fondamento: la riscoperta della dignità unica e inviolabile di ogni vita umana.

Nel dibattito sociale odierno il valore di una persona viene fin troppo spesso misurato in base a ciò che sa fare o produrre. Guardiamo all’autonomia, all’utilità o all’intelligenza. Quando però uniamo fede e ragione, vediamo che questo approccio è insufficiente. La dignità umana non è infatti un marchio condizionato concesso dalla società o dallo Stato, ma una realtà profonda che appartiene al nostro essere più intimo. Essa si radica già nell’esatto istante in cui comincia la nostra esistenza.

Nel momento preciso del concepimento nasce la primissima cellula. Non si tratta soltanto di una promessa per il futuro o di una “possibile” vita umana, ma fin dal primo secondo è una vita umana a tutti gli effetti, dotata di un unico e personale potenziale. All’interno di questa primissima cellula risiede l’intero e unico patrimonio genetico che determina il percorso biologico di quel singolo individuo. Successivamente non vi si aggiungerà alcun elemento nuovo; il bambino nel grembo materno ha bisogno soltanto di nutrimento e di tempo per continuare a crescere. Questa specifica combinazione biologica non è mai esistita nell’intera storia del mondo e mai più si ripeterà in modo identico.

A questi fatti la nostra fede dona un profondo significato spirituale. La nascita dell’uomo è il risultato diretto della volontà di Dio. Egli plasma e conosce l’uomo fin dal primissimo inizio. Ciò significa che la prima cellula di ogni bambino non è un sottoprodotto casuale della natura, ma l’impronta tangibile della Parola creatrice di Dio. Egli conosce e chiama l’uomo per nome fin dal primo istante. La nostra dignità umana, pertanto, non comincia con il primo respiro, con il primo battito cardiaco o con la prima attività cerebrale, ma risiede in modo indelebile già in quella primissima cellula.

Qui la nostra comprensione scientifica e di fede si ricongiunge direttamente al cuore della nostra vocazione cristiana. Esiste forse un esempio più bello della “piccola via“ rispetto all’estrema fragilità di quella primissima vita umana unicellulare? In quella fase iniziale così infinitesimale, invisibile persino a occhio nudo, Dio mostra il Suo più grande prodigio creativo. Siamo chiamati a riconoscere la grandezza dell’amore di Dio proprio in quella piccolezza. Ciò che dal mondo viene scartato come piccolo, insignificante o “ancora nulla”, agli occhi del Padre Celeste è un figlio a tutti gli effetti, amato con tenerezza infinita.

Fin dal primissimo inizio dell’umanità, il creato porta i segni della frammentarietà. La malattia, la sofferenza fisica, la lotta interiore e la tendenza umana all’errore sono la conseguenza diretta del fatto che l’uomo si è allontanato dall’armonia originaria con il Creatore. Se oggi guardiamo all’essere umano — dall’inizio estremamente vulnerabile nel grembo materno fino all’anziano solo nel tramonto della vita — vediamo una creatura che è portatrice di una dignità divina, ma che al tempo stesso soffre per questa ferita. Danneggiare, ignorare o interrompere una vita nascente è un’espressione di tale ferita: significa disconoscere l’ordine di Dio e il valore della vita umana.

Da un lato vi è l’incrollabile verità della nostra fede e della nostra ragione: la vita nel grembo della madre è sacra, unica e degna di protezione fin dalla prima cellula. Dall’altro vi è la cruda realtà in cui molte persone, spesso circondate da paura, costrizione, ignoranza o pressione sociale, giungono alla decisione dell’aborto.

A partire dalla vocazione a non scagliare questa verità come una pietra, ma a unirla alla misericordia di Dio, ho contribuito come cofondatore alla nascita di Rachel’s Vineyard nei Paesi Bassi. Rachel’s Vineyard è un’organizzazione pastorale internazionale che offre un luogo sicuro e privo di giudizio per donne e uomini che soffrono a causa dell’esperienza di un aborto. Attraverso questo percorso, Rachel’s Vineyard propone giornate di guarigione e un sostegno personale a chiunque cerchi un ristoro emotivo e spirituale. Nella società l’aborto viene spesso liquidato come una rapida soluzione. Tuttavia, la nostra anima e il nostro corpo non si lasciano ingannare così facilmente. Poiché il legame tra madre e figlio è radicato nel profondo fin dalla prima cellula, l’interruzione della gravidanza provoca non di rado una ferita profonda e silenziosa. Molte donne, ma anche molti uomini, rimangono con un costante senso di rammarico, un dolore indicibile e una profonda frattura nella propria storia personale.

Nello spirito del Santo Vangelo, la difesa della vita nascente non deve mai trasformarsi nella condanna di chi è caduto. La guarigione inizia infatti sempre dal guardare in faccia la realtà. Anzitutto vi è il riconoscimento della verità: in un ambiente sicuro — durante queste giornate di ritiro — donne e uomini ricevono lo spazio per riconoscere che il bambino che c’era era una vita umana vera, unica e dotata di una dignità donata da Dio.

Inoltre, la misericordia di Dio è sempre più grande: così come la fragilità umana non potrà mai spegnere l’amore del Creatore, allo stesso modo il dolore di un aborto non è mai la parola fine. Nostro Signore Gesù Cristo non è venuto per condannare, ma per guarire. Infine, il bambino può essere chiamato per nome: durante le giornate di guarigione il piccolo viene affidato tra le braccia di Dio, riceve un nome e ottiene il suo posto nella storia familiare. Ciò si integra perfettamente con la consapevolezza che il bambino, fin dalla sua primissima cellula, era già stato chiamato per nome da Dio.

Nel nostro lavoro pastorale, la verità sul creato e la pratica della misericordia costituiscono due facce della stessa medaglia. Le conoscenze sull’inizio della vita mostrano perché la vita sia sacra fin dalla prima cellula e fondano la protezione della vita su dati essenziali. La pratica pastorale, come nella nostra vita parrocchiale e in Rachel’s Vineyard, offre l’accoglienza a chi si trova tra i cocci della vita. Questo impedisce che il nostro messaggio si trasformi in una fredda difesa apologetica, e rende la nostra comunità un luogo di speranza, verità e guarigione interiore.

Come credenti abbiamo una missione speciale in questo mondo. La nostra vocazione è una via di amore, preghiera, abbandono e profonda solidarietà con i più piccoli. Chi comprende i segreti del creato e della prima cellula non può che inchinarsi di fronte all’unicità di ogni vita umana. Ma chi comprende al tempo stesso la profondità dell’Incarnazione di Gesù, della Sua misericordia e della Redenzione, sa che per nessuna ferita o fragilità umana esiste una condanna definitiva.

Che si tratti della cura quotidiana nella Cappella di San Giuseppe a Smakt, dell’ascolto degli anziani soli, del trovarci uniti nella preghiera o dell’accompagnamento delle persone dopo un aborto, la risposta di Dio alla ferita della creazione non è mai il rifiuto dell’uomo, ma il costante invito al risanamento e alla guarigione. Non con un elenco di accuse, ma con le parole liberatrici della Sua misericordia: “Sei arrivato. Benvenuto a casa.”

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